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Gród na Górze Birów
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SłabyŚwietny 
Wpisany przez Marcello   
piątek, 01 czerwca 2012 18:42
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Era l’estate del 2010 e mi trovavo in Polonia.
Per qualche anno la Polonia era diventata la mia seconda casa. Vivevo a Czestochowa e non mi muovevo molto, non avendo l’automobile. Ma quell’estate feci Monza – Czestochowa in macchina.
Decisi quindi di esplorare un po’ i dintorni, le campagne, i boschi.
Ero già stato al castello di Olsztyn, sulla strada 46 che parte da Czestochowa, e volevo spingermi più in là.
A Janów, poco più avanti, si trovava la casa di alcuni amici, mentre a Zloty Potok c’era un bel ristorante e un lago fantastico – e un po’ freddo – dove nuotare.
Questi sono luoghi molto belli della Polonia, pieni di boschi e di paesini piccoli piccoli. E naturalmente, pieni di castelli diroccati.
Se non sbaglio, siamo nella Jura Krakowsko-Czestochowska, ovvero quella parte di boschi e di piccole stradine e paesini che unisce Kraków (Cracovia) più a sud a Czestochowa, più a nord.
Oltrepassai Zloty Potok e scesi più in basso, sulla strada 793 fino a raggiungere Zarki.
Dopo Zarki finii a Myszków e poi, seguendo la 791 oltrepassai Zawiercie.
Questa che sto descrivendo è una zona di strade statali fatte a dorso d’asino e con l’asfalto molto scivoloso. La strada è un po’ stretta e si circola in tutti e due i sensi. Ma il panorama è bellissimo: a sinistra costeggiavo sempre un bosco infinito dove ogni tanto appariva qualche casa e a destra c’erano i campi d’oro e sterminati coi colori del sole.
Quell’estate faceva 36 gradi in Slesia.
Arrivai a Ogrodzieniec e salii al castello. Lo visitai rimanendone mediamente impressionato; questo perché avevo già visto e amato Olsztyn col suo fascino in rovina.
Ma dall’alto di Ogrodzieniec vidi qualcosa di fantastico.
C’era una collina, oltre il bosco, poco più a nord, e – seminascosto – un lungo muro di pali di legno.
Volli andare a vedere più da vicino: presi la macchina e mi portai alla base della collina.
C’era una scala di legno che saliva fino alla palizzata. L’angolo della collina era piuttosto ripido, credo quarantacinque gradi. Perciò mi misi d’impegno e salii, lasciando il bosco.
Se dietro la mia schiena c’era una distesa di vegetazione verde scuro ammantata di buio, davanti, adagio, mi immergevo nella luce.
Ma che fatica!
Raggiunsi la palizzata col fiatone. C’era un grosso portale senza battente; lo oltrepassai, feci il biglietto e noleggiai la guida.
Il signore polacco era incredibilmente interessato al fatto che io – un italiano – mi interessassi a Birów.
«Birów,» mi spiegò, «è un sito del tredicesimo secolo, la cui ubicazione è stata scoperta da poco. Sfortunatamente non è rimasto molto, essendo gli edifici e le opere difensive tutte di legno. Questa è una accuratissima ricostruzione.»
Oltre la palizzata c’erano dei camminamenti, di modo ché i difensori di Birów potessero osservare i fianchi della collina a sud e il bosco. Da lì avrebbero facilmente respinto gli assalti dei nemici – polacchi come loro, ma divisi in centinaia di piccoli stati.
Salii sui camminamenti e guardai il panorama. Il vento era forte e ululava, freddo, lungo le mura.
All’interno della struttura difensiva c’erano alcuni edifici e, più in là, una roccia grande e grigio bianca, spaccata al centro, da cui la guida mi disse che in passato scaturiva una fonte.
L’edificio principale era una specie di casa lunga, simile a quelle ritrovate in Scandinavia e costruite nell’Alto Medioevo. Dentro di essa vidi una grande tavola rettangolare con, a capotavola, seduto il signore del luogo.
Nella ricostruzione lo rappresentano come un uomo alto, con i capelli lunghi e corvini, una fascia a trattenerli e una tunica color ocra. Davanti a lui sono disposte cinque coppe di legno. Dietro, al muro, ai lati della finestra, stanno appese due pelli d’animale.
Appesi al muro ricordo corni di bue scavati all’interno, forse per usarli come richiamo, e scudi e lance.
«La lancia era l’arma principale.» mi disse la guida. Vidi anche una scure.
C’erano scudi rotondi e scudi a forma d’aquilone. «I primi,» mi disse la guida,«erano usati quando s’andava in battaglia a cavallo, mentre i secondi, erano usati dai fanti.»
Sugli scudi vedevo simboli intricati, geometrici, strani nodi celtici. Non sapevo se i polacchi d’allora, di quella zona, fossero pagani o meno; mi dimenticai di chiederlo alla guida.
Credo comunque che fossero già cristiani, al contrario dei vicini lituani che si cristianizzarono molto più tardi.
Un particolare che mi rimase impresso furono due elmi posti su una delle travi portanti. Chiesi alla guida cosa ci facessero lì e lui rispose: «Erano gli elmi dei parenti morti del signore. Un po’ come le nostre fotografie di oggi.»
E mi immaginai quest’uomo di otto secoli fa che ogni tanto si gira e guarda le “foto” di suo padre o di suo nonno appese alla trave.
La signora di Birów era rappresentata come una donna alta, dai capelli lunghi e neri, anche i suoi trattenuti con una fascia. Si trovava davanti ad un piccolo tavolo di forma quadrata, composto non da una superficie piana, ma da tanti piccoli parallelepipedi a base quadrata affiancati l’uno all’altro fino a coprire tutta la superficie.
La guida mi disse che quel particolare tipo di tavolo serviva per pulire e affettare meglio la cacciagione, anche se non riuscii a capire il perché.
Il terreno su cui sorge Birów è verde e ogni tanto affiorante di rocce. Il sito della fonte sporge alle spalle della casa padronale e di un altro edificio più alto, che la guida mi disse essere il posto di guardia militare.
Questa era una costruzione a base quadrata e di due piani.
Tutta in legno, come il resto del sito.
Mi ricordo, al piano terra, d’aver visto la ricostruzione dei nemici del signore di Birów. Stavano in una tenda bianca – dentro e fuori – ed erano uomini barbuti, coi capelli lunghi, armati di coltelli, scudi, tuniche, lance e asce. Solo uno di loro – un gigante dalla barba color stoppa – aveva una specie di vestito fatto d’anelli di metallo.
Un altro lo ricordo armato d’arco.
«Cosa ci fanno dentro al corpo di guardia se sono nemici?» domandai alla guida.
«Non potevamo metterli fuori dal sito, ma lei deve immaginarseli bivaccare giù, oltre la collina, nei pressi del bosco, in attesa di assalire il signore e i suoi armigeri.» mi rispose.
Fuori, in mezzo ai due edifici, ricordo dei tronchi di legno messi uno di fronte all’altro.
«Lì in mezzo, alla sera, accendevano un fuoco e si raccontavano l’un l’altro delle storie.» disse la guida.
«Era un po’ come la loro televisione.» aggiunse.
«Molto meglio della televisione.» commentai.
Così immaginai quegli uomini forti, abituati alle intemperie, che alla sera si ritrovavano davanti al fuoco a parlare, a ridere, scherzare e bere birra. Mentre il vento soffiava tra le rocce, sul colle.
Quando infine salutai la guida – un uomo polacco col cappellino a visiera, i baffi, i pantaloncini corti e la divisa – e scesi la scala che mi avrebbe portato nel bosco, sentii un pezzo di cuore staccarsi e rimanere lì ancorato a quelle cose antiche.

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Poprawiony: piątek, 01 czerwca 2012 18:48
 

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