| L'importanza di Giovanni Paolo II |
| Wpisany przez Sandro Fratti | |||||||||
There are no translations available. Divenuta sempre più, in particolare dopo il 1974, il catalizzatore dell’opposizione, la Chiesa polacca aveva conosciuto un fatto eccezionale (e finora unico), l’elezione di un suo esponente, l’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyła a Papa nell’ottobre 1978, il quale avrebbe interpretato nel volgere di pochi anni la frattura storica fra Est e Ovest. Alla personalità di Wyszyński, Primate e arcivescovo di Varsavia, figura di enorme prestigio, si aggiunse quella di un Pontefice, lontano ma del tutto indipendente, che con un ascendente morale ed una possibilità di iniziativa anche politica sottratta ai condizionamenti di un regime presente e capace di svilupparsi a livello internazionale, avrebbe potuto appoggiare e difendere le tendenze di cambiamento che fossero emerse nella realtà polacca. Karol Wojtyła aveva avuto, sia a Roma che a Cracovia, contatti con le maggiori cariche politiche e aveva condotto studi che gli avevano, fra le altre cose, dato anche una conoscenza della realtà moderna e dei problemi del mondo del lavoro superiori a quella di moltissimi sacerdoti delle generazioni più anziane della sua; convinto che la contemplazione fosse una dimensione essenziale della vita religiosa ma che questa dovesse misurarsi con l’azione, comprese bene, da semplice sacerdote e poi da arcivescovo di Cracovia, la complessità della situazione del suo paese e, nel contempo, la realtà delle ingiustizie sociali che avevano favorito le opzioni marxiste in tanta parte del mondo del lavoro. Alla fine degli anni Sessanta, coinvolto nella riflessione di tutta la Chiesa polacca sui problemi della realtà contemporanea, resa più attuale dall’intervento sovietico dell’agosto in Cecoslovacchia, Wojtyła elaborò man mano una sua concezione di solidarietà, intesa anche quale opposizione civile come forma d’amore sociale. Lui era l’uomo dell’Est, polacco, di apertura notevole nei confronti delle problematiche sociali e che facevano riferimento, in quanto conoscitore e partecipante della vita polacca, a tante persone, credenti e non solo. La visita di Wojtyła, ormai papa, in Polonia nel 1979, aveva dato una dimensione obiettiva ed evidente al legame che quel centro di enorme influenza che era Roma, centro della Chiesa universale, aveva con la Polonia. Polacco fra polacchi, durante la visita, tutta la popolazione, anche i responsabili del regime, avevano avuto la conferma del fatto che, da fuori della Polonia e per vie diverse da quelle della diplomazia dei grandi stati, ci poteva essere un interlocutore nuovo. L’elezione di Karol Wojtyła ebbe certamente un significato per i Polacchi importante, sia in termini di orgoglio nazionale, che di riconoscimento per la loro fede. Il clima di quel momento, nei rapporti fra Chiesa e Stato, non sembrava avvelenato. Il Primate Wyszyński aveva incontrato Gierek nell’ottobre del 1977 e poi nel gennaio del 1979 per preparare la visita del Papa in Polonia. Nel giugno del 1979 Gierek accolse l’ospite con tutti gli onori. Il trionfale viaggio di Karol Wojtyła non ebbe effetti immediati a livello politico e, per quanto riguarda un suo nesso con i fatti del luglio-agosto 1980, si potè parlare al più di un impatto psicologico, di un’autorità religiosa più presente alle menti dei suoi connazionali. Nel corso della sua prima visita Giovanni Paolo II aveva parlato della sintesi fra l’amore per il proprio paese e quello per Cristo, secondo una linea che era, in sostanza, di tutto l’Episcopato polacco. Ma un intervento in qualche modo diretto nel vivo della crisi polacca da parte del Papa ebbe luogo con il viaggio di Wałęsa e degli altri dirigenti di Solidarność a Roma circa due anni, nel 1981. Vi fu sicuramente qualche momento nel quale, però, la visione del Papa non coincise con quella dell’Episcopato polacco. Giovanni Paolo II era più convinto di questi che la posizione della Chiesa fosse con i diritti umani e probabilmente era più convinto dei vescovi che il comunismo avesse le sue debolezze e potesse cadere in tempi non lontanissimi. Giovanni Paolo II aveva sin dal suo primo viaggio in Polonia manifestato l’idea che il futuro del paese non fosse inevitabilmente incanalato sulla via della sovranità limitata e della fermezza politica. Con estrema discrezione, nel giugno del 1979, nella cattedrale di Cracovia, il pontefice aveva espresso tale convinzione affermando che il futuro del paese sarebbe dipeso dal numero delle persone che fossero state abbastanza mature da poter essere non conformiste. Egli fece intendere che ci fosse per i polacchi una reale possibilità di influire sul loro futuro. Era un’impostazione che ridava spazio all'autostima della nazione polacca e incoraggiava il suo senso di identità. Ciò favoriva il confronto fra le diverse componenti di un paese che si trovava in difficoltà effettiva e nel quale gli equilibri di potere della leadership di Gierek rischiavano di non bastare più. L’importanza della crisi economica era più che sufficiente a velocizzare uno sforzo da parte di tutti i polacchi. Non fu un intervento diplomatico in senso stretto quello del Papa, né il suo primo ritorno in Polonia poteva essere considerato un fatto principalmente politico. Ma l’arrivo di Karol Wojtyła, rappresentante di uno stato non facente parte del blocco sovietico e gli inevitabili riferimenti alla vita concreta che faceva, ebbero un peso innegabile. Caratteristica fu la scena che si svolse nel giugno del 1979 all’aeroporto di Cracovia. Al momento di ripartire, Giovanni Paolo II baciò sulle guance un imbarazzatissimo Jabłoński, presidente del Consiglio polacco, e poi fece un’aggiunta al suo discorso. Il viaggio, disse Giovanni Paolo II, ha rappresentato «un atto di coraggio da ambedue le parti. Tuttavia, ai tempi nostri, un tale atto di coraggio è necessario. Bisogna avere il coraggio di camminare nella direzione nella quale nessuno ha camminato finora». Da quel momento si ebbe la sensazione come se si fossero piantati dei “semi” che si sarebbero sviluppati, sia nell’azione del Papa e del Vaticano per la Polonia, sia nel succedersi degli eventi. Il “pellegrinaggio” del Papa, accompagnato da un enorme seguito da parte del popolo nel giugno del 1979, richiamò la rivolta dell’agosto 1980. Ci fu una sorta di continuità profonda negli avvenimenti. Un più esplicito collegamento fra il Papa e gli eventi del paese si ebbe nel novembre del 1980, quando il cardinale Wyszyński, ricevendo la delegazione di Solidarność, disse che a Roma aveva visto il Papa e che questi aveva un quadro aggiornato e completo della situazione del paese. Nel dicembre del 1980 si ebbe uno degli atti più importanti dell’azione diplomatica di Giovanni Paolo II e fra i più significativi, politicamente, di tutto il suo pontificato. Mentre prendevano sempre maggiore consistenza i timori di un intervento sovietico, il Papa compì un gesto senza precedenti. Egli inviò il 16 dicembre 1980 una lettera a Leonid Brežnev, Presidente del Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Karol Wojtyła gli ricordò che la Polonia fu uno dei Paesi firmatari dell’Atto di Helsinki, che fu stata la prima vittima dell’aggressione nazista alla base della seconda guerra mondiale, che i polacchi combatterono su tutti i fronti a fianco dei loro alleati e che ebbero quasi sei milioni di morti nel conflitto. Il Papa chiese a Brežnev che fosse rimossa la diffusa preoccupazione per i timori di una possibile invasione. I princìpi di Helsinki, affermò il Papa, andavano applicati e per tale obiettivo erano indispensabili il rispetto dei diritti della sovranità e il non intervento negli affari interni di ciascuno stato. Fu un messaggio di un’originalità estrema di un grande capo religioso al capo di uno stato che incoraggiava l’ateismo e di un partito d’ideologia atea. Ci fu il coraggio di un messaggio diretto: la Chiesa cattolica era stata molte volte colpita, a livello strettamente religioso, ideale e anche nelle sue personalità, dai regimi comunisti e nella stessa Polonia. Karol Wojtyła si rivolse a Brežnev, da pari a pari, evidentemente consapevole di avere una forza, un prestigio, un seguito. Fu un atteggiamento che ben si poteva inserire nella visione pontificia secondo la presente realtà dell’Est europeo. Inoltre ci fu il richiamo all’Atto di Helsinki, tanto voluto dall’Unione Sovietica perché sanciva assetti e confini europei, ma che pure conteneva anche disposizioni come quelle richiamate dal Papa sul rispetto dell’indipendenza delle nazioni e sulla non ingerenza. Tutto, però, si mantenne entro i limiti della diplomazia e non fu pensabile immaginare che Karol Wojtyła potesse prendere un aereo e andare in Polonia, nell’ipotesi in cui si fosse verificata un’invasione da parte sovietica. Il 28 marzo 1981 Giovanni Paolo II inviò una lettera al cardinale Wyszyński, nel quale affermò la necessità di continuare il dialogo fra governo e sindacato e di evitare la prova di forza che si sarebbe profilata per il 31 marzo, quando avrebbe potuto avere luogo l’annunciato sciopero generale, proclamato dopo i fatti di Bydgoszcz. Il 30 marzo, comunque, Wałęsa e gli altri dirigenti di Solidarność, anche sotto la pressione di Wyszyński, raggiunsero un compromesso con il governo e lo sciopero del giorno dopo fu sospeso. I mesi successivi furono caratterizzati da gravi e tragici avvenimenti: prima l’attentato al Papa, il 13 maggio per mano di Alì Agca, poi la scomparsa del Primate Wyszyński il 28 maggio. Fosse morto anche Giovanni Paolo II, la Chiesa polacca, in due settimane avrebbe perso i suoi due leader più rappresentativi. La morte del Papa avrebbe indebolito sensibilmente la resistenza polacca e sarebbe stato facile ampliare la ribellione polacca. In occasione dei funerali di Wyszyński, il Papa consigliò di osservare trenta giorni di quiete in memoria del defunto. Il messaggio aveva il senso di frenare gli elementi più agitati del sindacato, oltre che di dare un segnale al POUP, all’interno del quale sempre più erano coloro che spingevano per attuare una linea dura. La propensione del nuovo Papa ad ideare progetti possibili ma difficili, lo conduceva, riguardo alla difesa dei diritti dei credenti e dei diritti umani in genere, ad assumere prese di posizione chiare e diverse da quelle dei suoi precedenti predecessori. Alcuni però si domandarono quale impatto potesse avere una tale linea di condotta tendente alla costruzione di un “ponte politico” fra le due sponde dell’Europa in una realtà bipolare conformata in base agli accordi di Yalta. Ma Karol Wojtyła era molto deciso sulle sue posizioni e si muoveva, pure con sensibilità adatte ai diversi piani d’azione, realizzando un disegno religioso, politico, unitario e coerente. Avendo partecipato come vescovo ai lavori del concilio nei quali l’attenzione principale fu data alla realtà dell’Europa occidentale, come Papa venuto da lontano, egli considerò l’Est europeo, come Europa politica, culturale e religiosa a pieno titolo. Fu qualcosa di più di un gesto di fraternità slava; si trattò invece, di un segno e di un impulso per la rinascita culturale e morale oltre che religiosa dei popoli dell’Est europeo. Tutto ciò rappresentò una premessa ideale di quel che sarebbe avvenuto poco più tardi, con la visita di Walesa a Roma. In quell’occasione Karol Wojtyła descrisse Solidarność come un movimento per e non contro qualcosa, impegnato per il bene morale della società e per un vero rinnovamento della nazione. La pubblicazione dell’enciclica Laborem Exercens il 14 settembre 1981 non deve essere considerata una stretta conseguenza degli avvenimenti polacchi. Si può però ritenere che lo svolgimento degli eventi polacchi non trattenne il Papa dall’emanare un’enciclica che riguardava temi di scottante attualità per il suo paese d’origine. Il fatto, però, che l’enciclica uscisse in concomitanza con l’inizio del Congresso nazionale di Solidarność a Danzica fu interpretato da alcuni nel POUP come un segnale chiaro rivolto al sindacato. L’importanza del Papa polacco per la Polonia e per Solidarność fu di primaria e vitale importanza. Jerzy Kłosiński, direttore del settimanale “Tygodnyk Solidarność”, durante l’intervista effettuata nell’ottobre del 2007, descrive la scelta iniziale del Papa come quella «di trovare un’identità al popolo polacco». Inoltre, riprendendo le sue affermazioni «i polacchi capirono che c’era qualcuno che li supportava, che gli dava sicurezza. Avevano capito l’importanza delle proprie ideologie. Nella prima visita in Polonia, Giovanni Paolo II pronunciò la famosa frase “l’anima santa viene qui a rinnovare questa terra”; la Polonia avrebbe dovuto ritrovare la propria identità, perché durante il periodo comunista quell’identità si era smarrita. Fu grazie anche a Giovanni Paolo II se Solidarność prese “forma”. Fu grazie al supporto del Papa che Solidarność trovò un fondamento nelle proprie idee. Senza quel sostegno, senza quelle parole forti, non si avrebbe avuto il coraggio di trovare i princìpi fondamentali della nascita di Solidarność. Solo il potere del comunismo avrebbe potuto rompere il Movimento di Solidarność, ma con la presenza del Papa questo non successe.».
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