L'Italia del coronavirus vista dalla Polonia

Vivo all'estero dal 2008 e nonostante gli anni, non c'è stato un giorno in cui non abbia pensato alla mia bella Italia, alla mia soleggiata Sicilia e al mare della mia Licata. In un particolare periodo storico, in cui siamo bombardati da informazioni sul coronavirus, vengo invaso da emozioni contrastanti.

Dalla felicità nel veder cantare l'inno dai balconi, dalla rabbia nel vedere gruppi d'irresponsabili ammassarsi sui treni e nei supermercati, dalla solidarietà verso medici e infermieri che si fanno in quattro per gli ammalati, dalle perplessità nel vedere la politica gestire una situazione comunque complessa.
Perché non è facile decidere della vita di sessanta milioni di persone, dove l'emigrazione aumenta, il lavoro è sempre più una chimera e gli scontri politici e sociali hanno creato un clima al limite della sopportazione.
In questi giorni la Polonia ha chiuso i confini, chi arriva qui va in quarantena, gli stranieri non entrano, le scuole sono chiuse, niente voli, niente treni. Non mi piacciono i confini militarizzati, è bello passare da un paese all'altro con davanti solo un cartello blu, ora più che mai vorrei passare quello per l'Italia, per andare dai miei cari, ma adesso è il tempo della responsabilità, si deve restare a casa, limitare il contagio, tanto la mia terra è lì che mi aspetta.
Perché questo coronavirus verrà sconfitto e molti torneranno alla propria vita, purtroppo so che non accadrà per chi ha perso i propri cari.
Ma cosa succederà dopo?
I populisti riprenderanno a gridare di chiudere i confini e i porti, l'Europa, che più che mai si è dimostrata disunita, rischia di deframmentarsi ulteriormente, la solidarietà vista dai balconi cesserà e si riprenderanno i toni accesi precedenti alla crisi.
Ma io non voglio arrendermi a questo scenario e mi piacerebbe cambiarlo. Vorrei che, chi ha finalmente conosciuto il proprio vicino, possa contare su di lui anche dopo. Vorrei che il cinese, l'italiano, il polacco o l'africano non venga più visto come un appestato ma come un essere umano. Vorrei che l'Europa impari la lezione dei clamorosi errori di questi giorni, diventando un'unione dei popoli e non dei poteri forti. Vorrei che la gente capisca che i ritmi frenetici, a cui siamo sottoposti quotidianamente, sono insostenibili e che stare a casa a leggere un libro o a montare i lego con figli è un piacere che troppo spesso abbiamo trascurato.
E allora, continuiamo a lavarci bene le mani, perché quando usciremo da casa sarà il tempo degli abbracci e degli aperitivi.