Kazimierz Nowak. Viaggiatore alla scoperta dell'Africa

Kazimierz Nowak è stato un esploratore e fotografo polacco. Dalle lettere del suo viaggio in Africa dal 1931 al 1936 senza mezzi a motore è nato un libro Rowerem i pieszo przez Czarny Ląd (in bicicletta e a piedi nel continente nero).

Un racconto dell'Africa coloniale vissuta in povertà e in condizioni estreme che l'ha portato da Tripoli a Città del Capo per poi fare ritorno in Polonia dopo cinque anni.

Chi era Kazimierz Nowak

Era nato nell'attuale Ucraina a Stryj non lontano da Leopoli ma era legato a Poznań, città dove aveva vissuto e dove era tornato prima di morire.

Fotografo, reporter ma soprattutto esploratore, voglioso di scoprire il mondo armato di forza di volontà nonostante i pochi mezzi finanziari a disposizione.

Dopo il suo primo viaggio in Vaticano, decise di pianificarne uno ben più avventuroso nell'Africa coloniale per documentarne i luoghi e le persone che la popolavano.

 

Africa 1931-1936

Il viaggio di Kazimierz Nowak era iniziato nell'Italia fascista e già da Roma aveva cominciato a viaggiare con il suo mezzo di trasporto prediletto, la bicicletta.

Con le due ruote si era recato fino a Napoli per partire in nave alla volta di Tripoli da dove aveva intrapreso il suo viaggio nell'Africa nera in pieno periodo colonialista.

Da lì aveva cominciato ad affrontare il deserto della Tripolitania confrontandosi con la sua inesorabile durezza in cui tutto ruotava intorno all'acqua, bene indispensabile per sopravvivere in condizioni così estreme.

Questo era però solo l'inizio. Uscendo dalla Tripolitania era entrato in Egitto per poi addentrarsi nell'Africa nera lungo il Nilo passando per il Sudan per proseguire in Congo e in Rhodesia.

Alla fine era riuscito a raggiungere Capo Agulhas in Sudafrica, ovvero il punto più a Sud del continente africano dove l'oceano Indiano e quello Atlantico s'incontrano.

Da lì il ritorno attraverso l'Angola e l'Africa Occidentale fino a raggiungere l'Algeria. Passava le sue notti fra la sua tenda e le varie missioni dove trovava spesso riparo e ristoro per poi ripartire all'avventura.

Italiani, belgi, francesi, inglesi, portoghesi, popoli indigeni, le missioni religiose, pochissimi polacchi. La mancanza del colonialismo polacco in terra africana era stata per lui un'ulteriore difficoltà dato che non poteva contare sul supporto del suo paese.

 

Mezzi di trasporto

Kazimierz Nowak ne aveva cambiati parecchi in base alla situazione.

Aveva deciso di navigare il fiume Kasai e per questo si era fatto costruire un'imbarcazione in legno dove aveva più volte rischiato la vita fra rapide e cascate in un corso d'acqua del tutto selvaggio.

Aveva viaggiato a cavallo nella savana e con il dromedario nel deserto, senza contare i parecchi chilometri fatti a piedi.

Il suo mezzo di trasporto preferito era la bicicletta. Semplice, discreta, non aveva bisogno di acqua né di cibo e non aveva paura dei predatori durante le notti nella savana.

L'ideale compagna di viaggio.

 

Rapporti con l'Italia

Siamo in piena epoca fascista. Il suo viaggio era partito da Roma per poi recarsi a Napoli da dove si era imbarcato.

Conosceva parecchie lingue e fra queste c'era anche l'italiano. Nelle sue righe si raccontano i buoni rapporti con il nostro paese.

Nel corso della sua permanenza in Sudafrica, scriveva: "nel golfo è un insieme di alberi. Sugli scafi dominano le scritte "Messina", "Capri", "Savoia", Patria...si sente spesso il dialetto sardo, calabrese, napoletano, tutto il Sud Italia. Attacco bottone e trovo subito un linguaggio comune. Mi sono sempre piaciuti gli italiani, soprattutto i pescatori. Tanti pesci, economici come le barbabietole, uno scellino, due per pesci lunghi più di un metro".

 

Sentimento verso la Polonia

Si può pensare a un certo distacco di Kazimierz Nowak verso il suo paese dati gli anni di lontananza, invece il cuore era sempre là.

Spesso nelle sue lettere c'erano messaggi d'amore verso il suo paese, immaginava la sua Poznań innevata a Natale mentre lui lo passava da solo in un luogo sperduto del continente africano.

Le sue barche con cui aveva affrontato il fiume Kasai si chiamavano Poznań I e Maryś ed entrambe portavano bandiera polacca sulla prua.

Amava il suo paese, ne sentiva la mancanza e ogni incontro con un polacco che gli permetteva di utilizzare la sua lingua era per lui un momento di gioia.

 

Considerazioni su Kazimierz Nowak

Non intendo spoilerare il libro Rowerem i pieszo przez Czarny Ląd di Łukasz Wierzbicki (non esiste purtroppo una versione italiana) in cui sono state raccolte le sue lettere e le foto.

In questo articolo mi limito ad alcune mie impressioni dopo averlo letto fino in fondo in lingua originale.

Innanzi tutto, c'è un argomento cronico legato alle sue magre finanze. Kazimierz Nowak era partito con pochissimi soldi e si manteneva vendendo le sue fotografie. Tuttavia era riuscito a superare frontiere e acquistare il minimo indispensabile per sopravvivere sebbene nei suoi racconti era sempre al limite della sopravvivenza.

La sopravvivenza, appunto. In cinque anni aveva passato parecchie notti nelle zone più remote e selvagge del mondo fra predatori di ogni tipo. Stile di vita opposto rispetto ai coloni europei che vivevano in quartieri esclusivi in mondi separati da quelli degli indigeni.

La fame lo aveva accompagnato durante tutto il viaggio, nei suoi racconti ci sono spesso accenni al suo magro bagaglio con tè, farina rigorosamente da setacciare e poco altro da cucinare in un falò improvvisato.

Nei suoi anni in Africa aveva sviluppato una sorta di pace interiore che lo spingeva lontano dalla civiltà. Prediligeva le notti lontano dai centri abitati.

Piuttosto che sperperare le sue magre finanze in hotel, preferiva addentrarsi nella savana, consumare i suoi frugali pasti di fronte a un falò e godersi le notti stellate dei cieli africani nonostante i leoni, i serpenti e gli scorpioni.

Da questo racconto si potrebbe pensare a una sorta di Rambo, invece dalle foto si nota un uomo minuto, con la barba lunga e che ha convissuto con la malaria durante tutta la sua permanenza in Africa.

Nei suoi racconti si accenna spesso a dolori e febbre a quaranta e che solo una grande forza di volontà unita ai soccorritori nelle varie missioni gli hanno permesso di sopravvivere.

La malaria però non lo aveva risparmiato al suo ritorno in Polonia. Difatti al termine del suo viaggio stava già pianificato un'esperienza simile in India, ma la malattia non gliene diede il tempo portandolo via nel 1937.

Il confronto con Ryszard Kapuściński è pressoché d'obbligo per la loro lunga esperienza in Africa. Tuttavia i contesti temporali che gli obiettivi erano diversi.

Kazimierz Nowak era un esploratore, voleva scoprire l'Africa e le sue tribù per se stesso, Ryszard Kapuściński era un reporter e si trovava lì per raccontare gli eventi che stavano cambiando la storia del continente.

Tuttavia entrambi erano accomunati da un desiderio di conoscenza della vera Africa, in un caso quella della natura e delle popolazioni indigene, in un altro quello dei popoli che stavano vivendo il passaggio dal colonialismo all'indipendenza, ma sempre lontani dai contesti ovattati dei quartieri occidentali.

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