Inverno in Polonia

Inverno polacco. Spogli alberi di latifoglie si alternano a file immense di conifere, esili stuzzicadenti piantati dall'uomo, un mix alloctono diventato, da decenni, parte integrante del paesaggio.

Sotto, cinghiali e cervi sono i padroni del bosco, o almeno lo erano un tempo, grazie al governo polacco, non lo sono più.

Sul ciglio della strada, nessuno vende niente, nessun piccolo commerciante di funghi e frutti di bosco. Non è questo il periodo, bisogna aspettare il bel tempo, sempre a patto di non disturbare i cacciatori, perché chi lo fa rischia un anno di carcere.

Alzi lo sguardo e cerchi il sole. Niente. Dovrebbe sorgere alle 7.30, rivolgi il tuo sguardo a Est, ma da quelle parti vedi solo i camini bianchi e rossi della centrale elettrica.

Pensi alla Sicilia, sai che se solo potessi affacciarti, in quel preciso momento, dalla finestra di casa dei tuoi, potresti scaldarti con i raggi solari riflettenti sul mare sotto un cielo azzurro.

Però in Sicilia non c’è lavoro nè ci sono opportunità, solo voli di andata per tornare in vacanza.

Qui, nell’inverno polacco, il sole si vede di rado. Quando non è il cielo eternamente nuvoloso, ci si mette la nebbia, un po’ naturale, un po’ fuoriuscita dai camini delle case.

Sono migliaia in ogni città in Polonia, dove in ciascuna di esse una persona carica quotidianamente carbone dentro una caldaia priva di filtri.

L’uomo ha riportato in superficie dinosauri morti dopo duecento milioni di anni per spararli in cielo e nei nostri polmoni.

Eppure hanno capito, dopo oltre un secolo, che fa male bruciarli quei cazzo di dinosauri, ma ci sono le centrali, i minatori e sopratutto tanti soldi in gioco.

Per molti è la normalità per molti scaldarsi con il carbone ormai più russo che polacco. Lo facevano i loro nonni, i loro padri, lo fanno anche loro, un riscaldamento diverso dal bruciare quella schifezza nera è una cosa inconcepibile.

Molti si chiedono, cosa fare in inverno in Polonia? Vi racconto una giornata tipo.

Esci da casa, bisogna andare al lavoro. Stai in silenzio, ascolti e ti accorgi di grattate lunghe un secondo ritmate all’unisono. Ti guardi intorno e noti persone imbacuccate, il viso assonnato, hanno una paletta  di plastica in mano, scrostano il ghiaccio dai parabrezza delle proprie auto come se stessero tosando una pecora.

È poca la voglia di togliere quel velo di ghiaccio, avrebbero preferito trovarsi in casa al calduccio dov’erano dieci minuti prima. Ma il dovere chiama.

I motori sono accesi con le macchine ancora parcheggiate, è illegale ma in molti non sanno che così si fa altro che fomentare lo smog e che sono loro stessi i primi a respirare le emissioni dai tubi di scarico.

Però chi se ne frega, qui in Polonia vive gente tosta, hanno i polmoni forti i polacchi e resistono bene all'inverno. Siamo noi siciliani all’estero il problema, così cagionevoli e pateticamente sensibili al benzopirene e alla diossina.

Fino a qualche anno fa, il paesaggio dell’inverno polacco era bicolore, dove il grigio del cielo si alternava a bianche distese. I bambini facevano la fila su brevi pendenze, magari messe lì apposta, per lanciarsi con una slitta o con una paletta sotto al culo.

Seguiva una risata, poi pronti a rialzarsi per riprendere ordinatamente la fila in attesa del proprio turno. Adesso no, il riscaldamento terrestre si sente anche qui: niente neve, giusto una spruzzata bianca ogni tanto.

Dove una volta i bambini giocavano in inverno, ora c’è solo una distesa di fango ed erba non falciata. Per trovare la neve bisogna partire e mettersi in coda sugli impianti sciistici, a Zakopane o a Szklarska Poręba (inutile che provi a pronunciarlo, non ci riuscirai)  o sui Monti Beschidi, i posti non mancano.

Parti con tua macchina, riscaldamento a manetta, devi riprenderti dalla grattata precedente. Ti infili nel traffico, anche sotto zero la vita scorre normalmente. Ridi pensando che in Italia avrebbero chiamato l’esercito e chiuso le scuole.

Ci sono cantieri stradali dappertutto: le macchine aumentano, averne due per famiglia diventa la norma, quindi bisogna adattare le strade, allargarle, renderle più sicure.

Via le suicide svolte a sinistra sulle statali, ogni anno si aprono centinaia di nuove autostrade e superstrade. La sicurezza aumenta, ma i morti sulle strade non mancano mai.

Magari il problema è alla radice ma Bruxelles sgancia milioni a palate. Si vorrebbe prendere un treno, ma i collegamenti fanno pietà, possono volerci anche due ore per percorrere 45 chilometri, niente da fare.

Esci dal lavoro, sono le quattro del pomeriggio ed è già buio pesto, ma non è la notte artica. Hai lavorato come un matto per otto ore, giusto un quarto d’ora di pausa alle nove e mezzo del mattino, la cosiddetta seconda colazione dove, mentre i polacchi addentano una salsiccia, chi scrive sogna un espresso che si possa chiamare tale. Inutile farsi del male pensando a un cornetto. 

Però è bello uscire così presto, alla faccia della pausa pranzo che ti massacra la giornata. Hai ancora del tempo per te e per la famiglia, prendi i bambini, fai sport, pensi a quale film guardare prima di coricarsi.

Poche passeggiate in centro, il concetto delle vasche come in Italia non esiste. Altra cultura ma soprattutto temperature più rigide,  si esce per andare da A a B.

In Sicilia potresti stare all’aperto a farti un aperitivo con gli amici, la temperatura lo consente ma sei qui e ti abitui a bere un bel tè caldo, quello che una volta ti preparava tua madre solo quando eri ammalato.

Ora è un piacere quotidiano, gli odori della frutta secca e delle erbe, la tazza rovente sulle mani ancora intorpidite dal freddo, il fumo che ti scongela il naso mentre sei disteso sul divano.

Allora ti infili sotto il piumone, un libro in mano, un pensiero alla propria terra. Perché si può abbandonare la Sicilia, ma è la Sicilia a non lasciare mai te.

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