Tomasz Maczkiewicz. La biografia di Czapkins

Tomasz Mackiewicz, detto Czapkins, è stato un grande himalaista polacco morto sul Nanga Parbat dopo aver raggiunto la cima in pieno inverno.

Vi racconto le mie impressioni dopo aver letto la biografia scritta da Dominik Szczepański.

Tomasz Mackiewicz da giovane

Non era nato vicino alle montagne come molti degli alpinisti nostrani più famosi.

Al contrario, il paese di origine di Tomek Mackiewicz, Działoszyn, a ridosso del Parco Nazionale di Załęcze sulle rive del fiume Warta nel Voivodato di Łódź è immerso nell'immensa pianura polacca con i Beschidi impossibili da vedere se non con il cannocchiale nei giorni di cielo limpido. Figurarsi i Monti Tatra.

Lo stesso a Częstochowa, luogo dove si trasferisce in adolescenza. Un passaggio traumatico dalle aperte campagne agli spazi asfissianti dei tanti blok, palazzoni costruiti in pieno socialismo. Si susseguono le cattive compagnie, l'eroina che tante vite ha distrutto, il tempo passato in comunità, il recupero.

La biografia su Tomasz Mackiewicz racconta il disagio, la ricerca del proprio angolo di mondo, una storia simile a quella di tanti ragazzi persi nei meandri delle droghe pesanti ma che ha visto Tomek uscirne in pieno.

 

Le prime arrampicate di Czapkins

La biografia di Tomasz Mackiewicz ha un brusco passaggio. Mi sarei aspettato, scorrendo fra le pagine, un percorso fatto di pareti sull'Altopiano di Częstochowa, di passeggiate sui Beschidi, la tappa obbligata sui Monti Tatra magari con varie arrampicate sul Mnich, la cima più ambita dagli arrampicatori polacchi confrontandosi con i migliori alpinisti.

Invece niente. Si passa dalle arrampicate sulle falesie sulla costa dell'Irlanda, paese dove ha vissuto per parecchi anni, per poi fiondare direttamente sul Mount Logan, la più alta montagna del Canada insieme al suo amico Marek Klonowski.

Certo queste arrampicate sugli affioramenti polacchi ci sono state, ma questa biografia manca del passaggio sulla nascita e sull'evoluzione di questa passione. Un po' come un viaggio in aereo, si viene proiettati da una realtà all'altra senza poter godere del graduale cambio di paesaggio.

In effetti Tomek Mackiewicz è sempre stato lontano dai circuiti dei grandi alpinisti e dal PZA (Polski Związek Alpinizmu ovvero la Federazione Alpinistica Polacca). Un'anomalia, una lontananza dagli schemi che non gli ha impedito di raggiungere risultati straordinari.

Come Jerzy Kukuczka, che Tomek ammirava moltissimo, guadagnava in alta quota, non verniciava però camini ma installava impianti eolici, settore remunerativo in molti paesi ma non nella Polonia dell'inquinante carbone polacco, orgoglio nazionale di governi poco lungimiranti falcidiandolo economicamente.

I suoi problemi finanziari sono stati un po' la sua spada di Damocle nella sua vita in pianura.

Tuttavia, a differenza di molti altri himalaisti, era stato in grado di finanziare le sue spedizioni senza sponsor dando fondo alle sue finanze e richiedendo il supporto delle persone comuni grazie al crowfunding che gli hanno permesso di coprire buona parte delle spese.

 

Nanga Parbat

La montagna assassina è stata l'ossessione principale nella vita di Tomasz Mackiewicz. Il suo obiettivo era scalarla in pieno inverno portandolo per ben sette volte alla sua base per raggiungerne per primo la cima.

Durante le sue spedizioni si è trovato a confrontarsi con i migliori scalatori al mondo, supportati da ricchi sponsor e da decine di sherpa. La sua spedizione sembrava quasi quella di un gruppo di amici trovatasi lì per caso e del tutto fuori contesto.

Perché la sua visione di alpinismo era differente. La cima del Nanga Parbat doveva essere raggiunta in stile alpino, senza il supporto dell'ossigeno. La sua doveva essere la piena espressione dell'alpinismo di un tempo dove un uomo doveva spingersi ben oltre i limiti umani senza facilitazioni.

Tomek Mackiewicz aveva raggiunto il suo obiettivo. Non per primo perché la spedizione di Simone Moro, Alex Txikon i Muhammad Alì c'era riuscita per prima nel 2016, ma ci riuscì comunque nel gennaio 2018 insieme a Elisabeth Revol.

Tuttavia non ci fu modo di festeggiare perché sulla cima iniziò il suo calvario.

Interessante notare il suo approccio. Nessuna preparazione fisica particolare, niente pareti, al contrario il racconto è contornato da alcool e sigarette. Lavorava in Irlanda in uno stabilimento metalmeccanico. Tomasz Mackiewicz era l'antitesi del perfetto alpinista metodico e curante del proprio fisico. Ciò ritengo renda ancor più straordinario i suoi risultati.

 

Rapporto di Tomek Mackiewicz con gli alpinisti italiani

Sulla biografia di Czapkins vengono citati spesso, su tutti Simone Moro, il grande himalaista bergamasco protagonista di grandissime imprese invernali.

La biografia esordisce con la negazione, da parte di Tomek, del raggiungimento di Simone Moro della cima del Nanga Parbat nel 2016 che personalmente mi ha lasciato il gusto di un negazionismo spinto.

Invece scorrendo fra le pagine con sorpresa ho letto di rapporti alquanto cordiali durante le prime spedizioni. Un Tomek rispettoso della sua popolarità e un Simone Moro disponibile verso uno sconosciuto intento a salire sulla montagna assassina.

I rapporti però si sono deteriorati nel tempo soprattutto nel periodo del raggiungimento della vetta da parte di Simone Moro. Sono volate parole grosse. Non sta a me dire chi aveva ragione, ammesso che qualcuno ce l'avesse.

Un altro alpinista citato più volte è il compianto Daniele Nardi, purtroppo anche lui rimasto sul Nanga Parbat l'anno successivo sullo Sperone Mummery.

Inizialmente i rapporti con Daniele Nardi non sembravano dei migliori ma scorrendo le pagine si può notare come sono cambiati. Lo stesso Daniele era stato fra i più attivi nel corso dell'azione di salvataggio grazie alla sua profonda conoscenza del Nanga Parbat.

 

Elisabeth Revol

Con la biografia di Tomasz Mackiewicz c'è allegato un altro libro dal titolo Vivere (Przeżyć in polacco). Un racconto più breve ma da leggere d'un fiato.

In quelle pagine è raccolta la drammaticità delle loro spedizioni nonché la purezza della loro comune visione di alpinismo. Quella del 2015 in cui Czapkins cadde in un crepaccio.

E poi l'inverno del 2018, la felicità di aver raggiunto la cima finché Tomek Mackiewicz non viene colpito da cecità da neve. Viene raccontata la discesa, la ricerca del campo IV, l'attesa dei soccorsi, la continua corrispondenza con le persone più care.

Infine la discesa in solitaria alla ricerca di soccorsi mentre Tomek giaceva in un crepaccio con un edema polmonare che lo stava uccidendo.

Questa alpinista, uno scricciolo dalla potenza assoluta, è stata salvata in un'azione eroica da parte di Denis Urubko e Adam Bielecki. Difficile immaginare come due alpinisti vengano presi dal K2 in elicottero, scaricati sul Nanga Parbat, di notte, in pieno inverno a oltre seimila metri per poi trovarla mezza assiderata.

Naturalmente le polemiche non sono mancate per il mancato salvataggio di Tomek, ma Adam Bielecki in una sua frase a mio avviso chiarisce bene la situazione.

«Supponiamo che due persone debbano trascinare una terza, incosciente, per cento metri in pianura. Ora provate a immaginare la stessa situazione a 7300 metri per 2,5 km, in discesa su una parete in forte pendenza piena di crepacci e ghiaccio per poi spingerlo in verticale. Il tutto senza sacco a pelo né tenda dopo venti ore di arrampicata.»

A questo aggiungo che Czapkins pesava oltre ottanta chili. Credo che il quadro sia alquanto chiaro.

 

Ulteriori impressioni su Tomek Mackiewicz

Come sul mio articolo su Jerzy Kukuczka, le mie parole sono di profondo rispetto e ammirazione per un uomo che ha saputo andare ben oltre i limiti. Leggendo ho vissuto in fondo la sua umanità, i suoi alti e bassi e la sua spasmodica ricerca di quell'obiettivo che avrebbe cambiato la sua vita.

Czapkins era un sognatore, un purista della montagna, una persona fuori dagli schemi che aveva toccato il fondo e si era rialzato fino agli oltre ottomila metri del Nanga Parbat. Un uomo pieno di allegria e di sofferenza, rispettoso della maestosità della montagna. Sono i sognatori a cambiare il mondo e Tomek aveva fatto la sua parte.

Leggendo la sua autobiografia mi sono sentito fra i crepacci e i potenti seracchi del Nanga Parbat. Certo non potrei immaginare la percezione dei -30°C con tempeste mortali di fronte a una immensa parete verticale mentre le mie dita si congelano ma scorrendo le pagine ho provato a far mie tutte quelle sensazioni di purezza e contatto con la natura più estrema e selvaggia.

A questi si aggiunge l'angoscia della fine che arriva, la drammaticità della situazione di Elisabeth Revol tornata a casa grazie ai grandi alpinisti polacchi che hanno scritto un'altra pagina importante della storia dell'alpinismo.

Tomek Mackiewicz ha scritto una pagina importante dell'alpinismo mondiale. Un outsider ha raggiunto il Nanga Parbat in pieno inverno in stile alpino aprendo una nuova via.

Un visionario morto sulla montagna a lui cara. Una biografia da leggere per una figura che ogni appassionato di montagna dovrebbe conoscere.

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