Aleksander Doba e le sue traversate oceaniche

Aleksander Doba, detto Olek, è stato un grande viaggiatore polacco. In canoa ha attraversato per ben tre volte l'Oceano Atlantico.

In questo articolo voglio raccontarvi le mie impressioni dopo aver letto la sua autobiografia «Olo na Atlantyku. Kajakiem przez ocean» ovvero Olo sull'Atlantico. In canoa attraverso l'oceano.

Chi era Aleksander Doba

Olek, questo è l'abbreviativo usato in Polonia per chi porta il nome Aleksander. Era nato a Swarzędz, vicino Poznań, città dove ha vissuto fino alla fine degli studi universitari presso il locale Politecnico.

Dagli anni settanta ha vissuto a Police, località vicino a Stettino dove ha lavorato presso il locale stabilimento chimico.

Soprattutto era un viaggiatore. Nella sua vita ha affrontato ogni tipo di avventura, dal volo in aliante, al paracadutismo fino alla vela.

Tuttavia il mezzo a cui era maggiormente legato era la canoa. Grazie alla forza dei suoi muscoli ha viaggiato per tutto il mondo circumnavigando più volte il Mar Baltico fino al Lago Bajkal in Siberia.

Aleksander Doba è morto nel Febbraio 2021 subito dopo aver raggiunto la cima del Kilimandżaro all'età di settantacinque anni per cause naturali.

 

Traversate dell'Oceano Atlantico

I principali raggiungimenti di Aleksander Doba sono legati alle traversate transoceaniche che ha affrontato in canoa per ben tre volte, unico al mondo ad aver raggiunto un risultato del genere.

La prima volta, nel 2010, all'età di sessantaquattro anni, da Dakar in Senegal ad Aracaù in Brasile in novantotto giorni. Proprio a questa traversata è dedicata l'autobiografia che intendo commentare su questo articolo.

La seconda, tre anni dopo, partendo da Lisbona fino a Port Canaveral in Florida con tappa nei Caraibi.

L'ultima, nel 2017, quindi già oltre i settant'anni di età e in un'area ben più fredda e impervia, partendo da New York fino a le Conquet in Francia in una traversata di ben centodieci giorni.

 

Prima traversata transoceanica

Premetto che non è mia intenzione spoilerare limitandomi ai commenti, tuttavia se non vuoi conoscere il benché minimo dettaglio del libro, salta questo paragrafo.

L'autobiografia di Aleksander Doba racconta della Transatlantic kayak expedition. È stata affrontata con una canoa di sette metri (chiamata OLO) appositamente costruita per lui e praticamente inaffondabile.

Il libro, in lingua polacca, oltre a portare il lettore nell'immedesimarsi fra le onde, le tempeste, i venti e le correnti, potrebbe essere facilmente considerato un vademecum del canoismo di lunga durata.

Ogni giorno di viaggio è raccontato e contornato dalle distanze da Dakar, Fortaleza (obiettivo di sbarco in Brasile), il Punto di Non Ritorno e l'Arcipelago di Pietro e Paolo, ovvero dei crostoni rocciosi disabitati appartenenti al Brasile nonché uno dei pochi luoghi emersi della Dorsale Medio Oceanica.

Innanzi tutto, salta all'occhio la preoccupazione verso il più grande e pericoloso predatore del pianeta, ovvero l'uomo.

Certo il suo viaggio è stato perennemente accompagnato da pesci predatori come squali e mahi-mahi che hanno inibito ogni tentativo d'immergersi anche per un bagnetto ristoratore.

Sin dalla sua partenza dal Senegal si era notata la volontà di allontanarsi il prima possibile dalle coste. Questo per evitare contatti con i locali pescherecci, cosa che è capitata un paio di volte senza conseguenze.

Peggiori conseguenze ha portato la traversata successiva all'arrivo in Brasile, ovvero in Amazzonia. Traversata che ha dovuto interrompere per l'assalto di criminali armati che hanno messo a serio rischio la sua incolumità e dal quale è uscito vivo solo grazie al suo sangue freddo.

Altro aspetto da considerare sono le correnti e i venti in cui era in balia. In una traversata ci si potrebbe aspettare di poter proseguire sempre nella stessa direzione ma chi ha esperienze di navigazione sa che non è così.

L'autobiografia racconta delle sue lotte contro la Corrente Equatoriale del Nord che l'hanno tenuto praticamente fermo nella stessa area per giorni. Da qui si nota la sua pluriennale esperienza da marinaio che gli ha permesso di poter proseguire la sua traversata fino al Brasile.

Nel blog che raccontava degli sviluppi del suo viaggio si raccontavano di errori di rotta. Tuttavia dai suoi racconti si evince di come, nonostante gli sforzi, le correnti oceaniche avevano sempre la meglio portandolo alla deriva.

Mi sarei aspettato accenni sui rifiuti sparsi nell'Oceano, invece nella biografia non ce n'è traccia. Capisco bene che le correnti tendono a concentrare i rifiuti umani nelle grandi isole di spazzatura, tuttavia mi appare un po' difficile immaginare un grande spazio d'acqua come quello attraversato senza trovare una bottiglia di plastica galleggiante.

Ammetto durante la lettura di aver provato un certo senso d'inquietudine immedesimandomi in Aleksander Doba. Provate a immaginarvi da soli, di notte, nelle acque nere dell'oceano profondo migliaia di metri, con cumulonembi da cui si scatenano tempeste tali da provocare onde alte fino a dieci metri mentre voi giacete, inermi e in balia degli eventi atmosferici, nell'angusta cabina di una canoa, un puntino giallo disperso nell'immensità oceaniche dove nessuno può soccorrerti.

Situazioni che provocherebbero un giustificato panico in una persona qualunque ma non in un esperto marinaio come Olek.

 

Considerazioni su Aleksander Doba

Su questo blog ho avuto già modo di raccontare le esperienze dei grandi viaggiatori polacchi come gli alpinisti Jerzy Kukuczka e Tomasz Mackiewicz, il reporter Ryszard Kapuściński e o l'esploratore Kazimierz Nowak.

Ritengo che il nome di Aleksander Doba debba essere annoverato fra i più grandi viaggiatori che hanno rappresentato la Polonia nel mondo.

Ho avuto modo di seguire per anni le sue imprese e non nascondo di esser rimasto affascinato dai sui risultati in un'età in cui molte persone si sentono «troppo vecchie per certe cose.»

Aleksander Doba ha attraversato l'Oceano Atlantico da solo a sessantaquattro, sessantasette e settantun anni con la sola forza delle sue braccia. È morto appena raggiungo la cima più alta dell'Africa. Dai suoi racconti si evidenzia come abbia vissuto ogni attimo della sua vita senza sentirsi «troppo vecchio.»

Dalle varie interviste ho sempre notato una persona forte ma nel contempo umile e da un animo gentile. Ho apprezzato nel vedere un uomo lontano dai riflettori e interessato solo a raggiungere questi imponenti obiettivi solo per se stesso e non per fama e soldi.

Fanno riflettere i suoi racconti sulla pericolosità dell'uomo predatore. Un viaggiatore solitario vorrebbe programmare un viaggio preoccupandosi di cibo, acqua, correnti, venti, magari degli squali.

Invece, anche negli angoli più remoti del pianeta come l'Amazzonia o l'oceano, c'è sempre il rischio di venire derubati e uccisi per ingordigia e spietatezza umana.

La notizia della sua morte mi aveva ovviamente colpito pensando a una persona indistruttibile dopo aver attraversato l'Oceano Atlantico per ben tre volte.

Poi ho pensato che, forse, anch'io vorrei morire così, facendo quello che amo, senza rimpianti, spegnendomi in un bagliore mentre osservo il mondo dal basso, ma ogni cosa a suo tempo.

Mi sarebbe piaciuto tanto conoscerlo personalmente.

 

In alto, foto di Aleksander Doba di Ralf Lotys (Sicherlich) estratta da Wikipedia secondo la licenza Creative Commons. L'immagine è stata rimpicciolita per adeguarla al blog.

 

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